Un bellissimo articolo di Paolo Martini per Chi

Questa è la più allucinante vicenda di malasorte, per chi ci crede, nella storia della tv italiana. Tutto ruota simbolicamente intorno al 17, un numero che per la smorfia napoletana vuol dire, guarda caso, “la disgrazia”. E la disgrazia di uno dei più grandi personaggi del nostro piccolo schermo, Enzo Tortora, comincia con l’arresto alle 4 e mezzo di mattino di un venerdì 17, nel giugno del 1983, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico. In un altro sfortunato giorno 17, nel settembre dell’85, l’assurda vicenda giudiziaria porta alla dura condanna di Tortora, 10 anni e 6 mesi di reclusione. Ma di 17 arriverà pure l’assoluzione, nel marzo dell’86, una sentenza che viene confermata dalla Cassazione sempre il 17 (nel giugno dell’87) e chiude almeno l’incredibile calvario giudiziario. Cinque anni di galera e arresti domiciliari, di interrogatori e processi con accuse inventate, di grottesche indiscrezioni date in pasto ai giornali e alla tv, di verbali di pentiti non attendibili e di polemiche politiche. E, alla fine, nemmeno un anno dopo, nella cupa notte del 17 maggio 1988, l’agonia fisica vera e propria di Enzo Tortora nella stanza 304 della clinica Città di Milano: a divorarlo è un cancro, diagnosticato qualche mese prima. Ma, ben al di là della sfortuna e delle coincidenze del 17-disgrazia, il caso Tortora porta indelebilmente il tragico segno dell’umano, purtroppo umano. Forse, addirittura, di un complotto politico-giudiziario. Adesso siamo ormai nel ventennale dalla straziante morte di Tortora ed è ingiusto saperlo così dimenticato. È stato uno straordinario “present-autore”, un inventore e conduttore di trasmissioni popolari, al pari forse solo di Corrado, e più ancora di Mike Bongiorno o Pippo Baudo. Non merita certo l’oblio che, troppo spesso, gli è toccato persino nella sua Rai. Il suo ultimo show, un mercatino sentimentale intitolato Portobello, inchiodava 20 milioni di spettatori al venerdì sera sulla seconda rete della Rai (28 milioni era stato addirittura il record d’ascolto precedente all’arresto). Portobello è stato il programma dei programmi con la gente comune, l’hanno ricopiato poi in mille modi e riciclato a spezzoni in tante altre trasmissioni. Anche la lezione di quella sua tragica e clamorosa vicenda d’ingiustizia, che non deve apparirci così lontana, rischia di essere, purtroppo, ancora molto attuale. LA SOFFIATA POLITICA Il caso Tortora per me comincia verso le 15 del caldo pomeriggio del 16 giugno, a Milano, in via Fava, zona Melchiorre Gioia, dietro la Stazione Centrale, dove aveva sede allora Il Giorno. Ero il responsabile delle pagine spettacoli, una posizione guadagnata sul campo a 24 anni come cronista d’indiscrezioni sulla televisione. Prima della consueta riunione del pomeriggio il direttore, Guglielmo Zucconi, mi convoca nella sua stanza e, insolitamente, mi fa segno di accostare la grande porta di legno del suo studio, che in genere tiene sempre aperta. Mi guarda da sott’occhi con il tono un po’ più grave del solito, lui che era sempre così leggero e bonario. «Vedi un po’ tu di capirci qualcosa», sono le sue parole, «perché si dice che stiano per arrestare un grosso personaggio dello spettacolo in un blitz sulla camorra. L’indiscrezione filtra dal Palazzo della giustizia di Napoli, ma pare sia buona...Un uccellino mi ha cacato sulla spalla...». Zucconi, che era stato l’inventore della maschera di Scaramacai e autore di varietà, usava sovente queste espressioni colorite per indicare che l’informazione arrivava da un alto livello politico o istituzionale. «Potrebbe essere un nome sulle ultime lettere dell’alfabeto, mi ha suggerito la mia fonte...», continua il direttore. «Ho risposto subito: “Con la Z non mi viene in mente nessuno; escluderei proprio la V di Vianello... Alla U non saprei proprio chi dire…Alla T, boh, a chi devo pensare? A Tognazzi? O magari a Tortora, che ha pure un cognome napoletano?”. Va’, vai sopra, fai qualche telefonata e torna a riferirmi». IL PRIMO AVVERTIMENTO Un po’ scioccato e pure divertito, per lo show del grande indimenticabile maestro Zucconi, provo a cercare subito Tortora attraverso la fedelissima collaboratrice Gigliola Barbieri, la sua Barbie. Da poco avevo maturato un discreto rapporto di stima e di confidenza con il pur difficile personaggio. Tutto era cominciato con un piccolo diverbio durante una conferenza stampa a Retequattro: nelle pause del suo impegno in Rai, Tortora collaborava con la rete privata allora mondadoriana, dove si esercitava come intrattenitore di politica-spettacolo “ante litteram”. Il suo rotocalco Cipria su Retequattro è considerato l’antesignano di tutti i Porta a porta. In quel periodo Tortora preparava con Pippo Baudo addirittura le tribune politiche elettorali di Retequattro, con la formula nuova della presenza della gente comune e il titolo Italia parla. Verso le 16, finalmente, raggiungo al telefono il presentatore che stavo inseguendo da un’ora. È a Roma, in riunione. Gli riferisco, trafelato, delle voci di un suo imminente arresto nell’ambito di una grande retata di camorristi, e Tortora reagisce con divertita calma: «Ma si figuri! Son qui che lavoro, per le nuove tribune politiche di Retequattro. Domani mattina ho appuntamento in Rai per parlare del prossimo ciclo di Portobello». Torno da Zucconi, riferisco la smentita ma apprendo nuovi particolari. «Guarda che mi danno la notizia come confermata. E forse c’è di mezzo davvero pure Tognazzi», mi dice deciso il direttore. Bisogna considerare che, a quel tempo, Guglielmo Zucconi, padre di Vittorio, il quale è oggi una grande firma di Repubblica e direttore di Radio Capital, era un giornalista di lungo corso tra i più noti, di rango pari ai Montanelli e ai Biagi, per intenderci. Oltrettutto era appena stato parlamentare democristiano, dirigendo il settimanale ufficiale del partito cattolico La discussione. Non potevo non credergli. LA SECONDA TELEFONATA Stavolta, più preoccupato che divertito, torno a richiamare Tortora. «Scusi se disturbo di nuovo, ma mi confermano che l’indiscrezione è attendibile: non potrebbe verificare lei direttamente in qualche modo?». E mi sento rispondere con qualche battuta al fulmicotone: «Sì, è confermato: ci sono dentro appunto Tognazzi e Tortora... Manca solo Vianello, così siamo a posto: il cast è al completo! Mah, chissà come nascono certe stranezze... La saluto, caro Martini, ci sentiamo per cose più serie». La notte a Roma, nella stanza d’albergo al Plaza di via del Corso, dove verrà poi arrestato, il presentatore ride di gusto con la sorella Anna, raccontando le nostre telefonate. Aggiunge che, in serata, altri cronisti lo hanno cercato per segnalargli la stessa indiscrezione. Prima dell’ultima buonanotte da persona normale, Tortora mostra tutto fiero alla sorella un maialino di porcellana che ha appena acquistato per la diletta figlia Silvia, esattamente uguale al primo salvadanaio che le aveva regalato da piccola. Silvia non lo avrà mai, perché i carabinieri che eseguono l’arresto smontano e sequestrano pure quell’innocuo oggettino alla ricerca di droga. Il maialino sparisce in caserma prima della raccapricciante sfilata di Tortora in manette organizzata per la ripresa delle telecamere. Mentre sale sul cellulare che lo trasporterà verso la cella 16 bis di Regina Coeli, Tortora è travolto da flash e telecamere. Vola pure qualche insulto. “Ladro, farabutto, ipocrita, faccia di merda!”. E, invece, dovrebbero dargli del coglione, penso io sconsolato: è quello che si merita dopo che da 12 ore era stato avvertito. “HA VIOLENTATO LA MADONNA” Tre mesi dopo l’arresto, dal carcere di Bergamo, Tortora mi scrive la prima delle lettere che ho ritrovato, dove si legge tra l’altro: «Comunque, ricordi. Se le telefonassi, un giorno, dicendole che la cercano perché ha ingravidato la Madonnina, sul Duomo, beh, non rida. Scappi. Ma scappi sul serio, e non si fermi che oltreconfine. Ormai qui sono capaci di tutto». E, in effetti, mi ricordo con amarezza che già il giorno dopo il blitz non si parlava d’altro ossessivamente che di “Tortora camorrista”. Il mio direttore, Zucconi, mettendomi la mano sulla spalla, mi confida ancora: «Guarda, lo so che sei un tipo buono e ti affezioni alle persone. Lo so che ti sembra incredibile che ieri Tortora ti abbia risposto in quel modo... Ma mi confermano che ci sono cinque mesi d’indagini dietro al blitz di ieri, e anche Rognoni mi ha detto che la polizia e i giudici si sono mossi a ragion veduta...». Virginio Rognoni, esponente Dc della stessa corrente di sinistra, personaggio di casa tra Pavia e la Milano de Il Giorno. Il governo di allora si impegnò al massimo perché quella retata anticamorra, con dentro un nome così grosso e imprevedibile, potesse offuscare ben altri scandali di cui si parlava da mesi, come il caso legato al rapimento di un importante esponente Dc di Napoli. Il presidente Sandro Pertini, infine, si erge a intransigente difensore della magistratura persino dinanzi agli appelli innocentisti dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia: «Se ci sono prove, è l’unica considerazione valida dinanzi alla giustizia». BERLUSCONI LO DIFENDE Subito a caldo dopo il clamoroso arresto, mentre i telegiornali e i quotidiani d’Italia sbattevano il mostro Tortora in prima pagina, decisi di sentire l’opinione di Silvio Berlusconi. Da ormai quasi tre anni, precisamente il 30 settembre dell’80, aveva fondato Canale 5 e il successo gli sorrideva, come sempre, tra lo scetticismo di molti. Dopo avere strappato Mike Bongiorno alla Rai, puntava proprio all’ingaggio di Tortora, per superare finalmente la Rai anche al venerdì sera. Gli telefonai il sabato ad Arcore. «Scriva pure che oggi io non provo nessuna soddisfazione», mi dice, «per il danno indirettamente subito dalla concorrenza, ma soltanto molto dispiacere per Tortora. È una cosa incredibile, anzi io non ci credo proprio. E sono sicuro che si chiarirà tutto presto». Finite le dichiarazioni da pubblicare, Berlusconi si dilungò in spiegazioni con il giovane cronista. «Evidentemente si tratta o di un clamoroso errore o di un complotto. Per averlo con noi gli ho offerto di tutto, gli ho detto che ero disposto persino a prenderlo solo per i programmi giornalistici, e non per uno show alla Portobello. Si è mosso anche Indro Montanelli, che gli ha proposto a mio nome di venire a Italia 1 per fare proprio “la tv di Tortora e Montanelli”. Ma lui niente. È molto attento alla sua immagine e non vuole rischiare con un’avventura nuova. Non parliamo, poi, dei soldi! Tortora è un tipo che non ha interessi economici, non ha problemi di denaro, non ha bisogno di nulla. È solo uno che fa molto bene il suo mestiere, lo ama tantissimo e non ha assolutamente nemmeno un vizio o un punto debole. Glielo assicuro, ho studiato molto bene il soggetto, dato che m’interessa molto. Le accuse che gli rivolgono mi fanno solo ridere: è come se dicessero che io ho rubato qualche milione di lire. A parte il fatto morale, guadagno di mio già mille e cento miliardi all’anno, figurarsi! Martini, glielo giuro: sono pronto a prendere Tortora anche dopodomani, e per fargli firmare il contratto con il mio gruppo andrei personalmente nel parlatoio di Rebibbia». IL TELEGRAMMA DI BAUDO Ma l’amarezza di Tortora era legata soprattutto all’atteggiamento della “sua” Rai, da subito cinicamente colpevolista. Il suo nome fu ignorato persino nello spettacolo per i trent’anni di storia della tv. «È indispensabile in democrazia un’alternativa a questa Rai Tv puro portavoce del potere», mi scrive in un’altra lettera, concludendo con la promessa: «Farei altri 9 anni di galera, come li feci al di fuori della Rai, per dimostrare a che punto l’Ente di Stato è ridotto». Tortora riceve, però, tantissimi messaggi d’affetto dalla gente comune, prima di tutti dai poveri cristi qualunque dietro le sbarre. I carcerati, del resto, Portobello godevano da sempre di un occhio di riguardo, ed è uno dei motivi per cui era stato facile ai giudici trovare qualche vago elemento di contatto. Si muovono anche molti personaggi di primissimo piano: lo difendono pubblicamente Sciascia e Biagi, ma anche molto affettuosamente da subito Piero Angela e Raffaella Carrà. Anche Maurizio Costanzo si schiera pubblicamente dalla parte di Tortora, con una generosità che è difficile dimenticare, dato che era stato da poco pesantemente attaccato da Tortora. Tace, invece, per mesi il collega Baudo, con cui pure Tortora stava lavorando a Retequattro la vigilia del suo arresto. Ma il giorno del suo 55° compleanno, nella cella al secondo piano del carcere di Bergamo, Tortora finalmente riceve anche un telegramma firmato Pippo Baudo. Il testo, forse perché destinato a passare al vaglio della censura carceraria, incredibilmente recita: «Caro Enzo, nel pieno rispetto della magistratura, ti porgo i miei migliori auguri». Altro che rispetto! Fu un’indagine abborracciata come poche. La lente degli investigatori non si concentrò mai, per esempio, sulla singolare omonimia con un tale Rolando Tortora, che in quegli anni era, guarda caso, il colletto bianco della camorra nella Roma del potere politico. Secondo i giudici il Tortora delle agendine era Enzo, e basta: anche se i numeri di telefono non corrispondevano affatto. Sono vari, dunque, gli indizi che portano a ricostruire quella vicenda come un complotto politico-giudiziario. E si resta di pietra ancora adesso, persino a riascoltare le ultime parole che Tortora ormai in agonia mormorò alla sua fedele collaboratrice: «Barbie, che disastro! Purtroppo so già che resterà un sogno persino il mio desiderio di lasciare almeno una lezione, affidando l’eredità al comitato per la giustizia giusta...». E, in fondo, ancora oggi, di questa allucinante vicenda d’ingiustizia resta solo l’amaro di una famosa vita distrutta così, ormai vent’anni fa o giù di lì.

Scritto da @ 16:29 - venerdì, 16 maggio 2008
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Come prassi vuole, in ogni governo repubblicano alla parte vincente si contrapponeva una opposizione, che in questi ultimi anni era dedita alla demonizzazione dell’avversario ; fatto che non ha pagato tant’è che si è ritorta contro questa tipologia politica. Adesso essendo in una nuova fase, con un risultato clamoroso, sparita e depennata dall’emiciclo la -cosa rossa- ed i suoi turbolenti rappresentanti, sulla trincea oppositoria è rimasto lui il famoso -che c’azzecca- , con il simbolo dell’uccelletto marino (che ricorda tanto quello di un calciatore per fare plin plin), svolazza gracchiando tutto il suo livore. A questa figura preferisco di gran lunga la figura -politica- del Veltroni, almeno ha dei fatti e contenuti come contraddittorio, non le solite tiritere retro di quando era “magistrato”, forse non ha capito che il vento tira da un’altra parte vedi risultati. D’accordo che ormai ha stretto una solida alleanza come la “triplice”, nel fare cassa di risonanza con i blog del Travaglio e del Grillo,ma credo che i suoi elettori non volevano certo un tribuno dei “vaffa” ma bensì un politico costruttivo. Se non capisce questo sarà un risveglio alla Berti e compagni ! Continuare a martellare i soliti argomenti, significa che discredita la sua base, rendendola ridicola agli occhi di tutti, adesso è il momento di girare pagina e risolvere i problemi, altrimenti (parafrasando) ma che c’azzecca ! Anche perché come a scritto un commentatore sul Messaggero : Per fortuna in Italia c'è una dittatura mediatica berlusconiana, così ieri sera Di Pietro in Tv ce lo siamo dovuto sorbire solo dalle nove all'una ininterrottamente, prima a Ballarò e poi a Matrix. Se fossimo ancora in democrazia, il suo faccione ed il suo eloquio forbito spunterebbero anche dalle previsioni del tempo e dal segnale orario...

Scritto da @ 08:27 - giovedì, 15 maggio 2008
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Il buon Cavaliere, dopo aver vinto ben tre volte le elezioni, nei mugugni della controparte o dir si voglia “opposizione”, ne stanno prendendo atto ob torto collo operando il disoccultamento della sconfitta ; al discorso fatto durato ben 27 minuti, ha spiazzato un po’ tutti per la nuova linea adottata. Un cambio completo di stile e forma, abituati al modo da televenditore con la coorte dei miracoli, questa volta con fare compunto da statista ha presentato un discorso centrato sull'invito al dialogo rivolto all'opposizione e sulla promessa di far tornare a crescer il paese, ma senza farsi illusioni che il governo possa fare miracoli. Il premier ha dichiarato di «realizzare piccole e grandi cose» grazie al consenso ottenuto dagli elettori, che hanno chiesto alla classe politica di mettere mano a riforme e «realizzarle in fretta», visto che «l'Italia non ha tempo da perdere». Altro punto saliente, mai successo prima, il tono pacato che il confronto con l'opposizione «non generi risse», ma un dialogo trasparente ; prendendo atto del governo ombra varato dal Pd, ha sottolineato che è una tradizione anglosassone che può essere d'aiuto, sulle note urgenti modifiche da apportare al funzionamento del sistema politico e istituzionale. Con queste premesse, sembra che questa XVI legislatura s’avvii con altri modus operandi ed altri principi, la forma del bipolarismo comincia a prendere connotati, la famosa Veltrusconeide s’approccia ma al momento saranno poi i fatti e le azioni del Berlusconi IV a dire se quella di oggi è illusione o realtà. Ma non sono tutte rose e fiori, già nel PD s’agitano le acque interne con distinguo di pensiero ed azione, vedi il D’Alema che si prepara il suo orticello, il Di Pietro con il suo solito livore parossistico sempre più esagitato, radicali ormai sono truppe sciolte. Sarà per il Veltroni un arduo compito fare un opposizione costruttiva, se non regola prima le sue strutture nel PD, la lezione della -cosa rossa- dovrebbe insegnarli qualcosa ; vedremo adesso questi primi passi dell’opposizione.

Scritto da @ 10:37 - mercoledì, 14 maggio 2008
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Nemmeno posati i calici del brindisi d’inizio, che già quella della Lega -alzano il ciccio- (come si dice a Roma) , forti del loro inusitato incremento elettorale, alzano la posta come prassi e consuetudine, ne ha saputo qualcosa il buon Prodi con la sua armata Brancaleone. Ma il Cavaliere non è da meno, già se la deve vedere con poche grane, dai giornali si legge : “Il braccio di ferro più duro è quello in corso tra Lega e An. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni (Lega) non vuol cedere al probabile viceministro Alfredo Mantovano (An) le deleghe sulla polizia ripercorrendo lo schema che ci fu tra il ministro Giuliano Amato e il suo vice Marco Minniti. Per tutta risposta il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli (An) minaccia di fare altrettanto nel suo dicastero rifiutando la nomina a vice del leghista Roberto Castelli. Trattandosi di due big dei rispettivi partiti, la contesa non è da poco ed è comunque in grado di scatenare l’irritazione del Cavaliere che minaccia ora di abolire la carica di vice. Soluzione questa che ha inevitabilmente aizzato contro i due l’ira degli altri pretendenti. Il fine settimana dovrebbe essere comunque sufficiente a comporre la contesa, in modo da arrivare lunedì ad un accordo che comunque vada potrebbe avere in autunno una nuova coda, qualora Berlusconi decidesse di aumentare il numero dei membri del governo.” Allora niente di nuovo….lo specchietto per le allodole (leggi elettori) è ben lucidato, ma la gabola e sotto il banco delle nomine, come suol dirsi niente cambia vedi filmato….


Scritto da @ 10:50 - sabato, 10 maggio 2008
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Dopo tanto dirimere, cercando d’accontentare tutti, il nostro Cavaliere a fatto la quadra con sole 12 poltrone dei vari ministeri con “portafoglio” ; fin qui sembra sulla strada, rispetto allo “spacchettatore” siamo al disotto di ben 6 ministeri. Quanto all’intera composizione dell’esecutivo, compresi i ministri senza portafoglio, i viceministri e i sottosegretari, il numero si ferma a 60 ; al disotto del 50%. Del prodiano governo che aveva raggiunto quota 102, per far contenti tutti i vari “cespuglietti” della dis-Unione. Ma adesso resta l’incognita di vedere le varie commissioni per allocare il resto della truppa del Pdl, senza dimenticare che ci sono anche quelli dell’opposizione, qualcosina tocca pure a loro, dopo l’occupazione bulgara adesso il cambio di guardia ; nel più classico dei stili bipartisan. Se non si vede la fine di questa “tarantella”, non sapremo se effettivamente ci sarà una riduzione nella compagine di governo, e di conseguenza un primo segnale di taglio alle spese della –casta-. Di già lo snellimento del Welfare riacquista la struttura originaria (già prevista dalla riforma Bassanini), visto che grazie al governo Prodi per accontentare tutti ci aveva messo ben quattro poltrone, con dei risultati disastrosi visto come lavoravano gli ex-ministri Damiano, Ferrero, Bindi e Turco ; che si ostacolavano a vicenda in un compendio di commistioni. Ma non dimentichiamo la folta schiera dei delusi, che sperano nel ripescaggio, oppure uno strapuntino da consolazione ; e sarà li che cascherà il somaro ! perché si ricomincerà a spendere a quattro mani.

Scritto da @ 12:00 - venerdì, 09 maggio 2008
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Già il 28 aprile il grande “Uolter” dichiarava : ''Il governo ombra sarà molto autorevole per personalità e struttura e fortemente insediato in Parlamento'' ; parlando ai parlamentari del Pd e annunciando che il partito dovrà completare la sua struttura dirigente con molti giovani, sottolineando : ''Il gruppo dirigente dovrà avere energia e forze nuove. E' tempo che i dirigenti del Pd che costituiscono il nuovo possano avere delle responsabilità''. A questo roboante proclama, solo lo sconcerto della base che gli ha dato il voto, che con lo sguardo smarrito sì è chiesta (romanamente) : “ ma che vo dì …” , nel suo stile americaneggiante : “uno “shadow cabinet” ; spiegando : “che avrà un numero di ministri coincidente con quelli che andrà formando il Pdl, per rafforzare lo sforzo di europeizzazione”. Forse un palliativo per coinvolgere le varie anime del PD, sta di fatto che i due alleati esterni ognuno se ne và per suo conto, e nell’interno non è che stiano tanto tranquilli, visti i movimenti di correnti sotterranee per farsi spazi. Mah staremo a vedere se più che governo ombra non siano “ombre cinesi”.


Scritto da @ 12:52 - giovedì, 08 maggio 2008
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Ancor prima d’essere fatto questo nuovo governo, già arrivano consigli e reprimende, ma non dall’Italia bensì dal Gheddafi Jr alias Saif El Islam Muammar al Gheddafi, figlio del leader libico (Seif el Islam vuol dire “la spada dell’Islam”), ponendo un veto sull’eventuale nomina del Roberto CALDEROLI a ministro. Ovviamente ci sono state varie reazioni, dal Ministero degli Esteri ai rappresentanti delle varie comunità islamiche in Italia, supportate a 360° da tutti i politici ; persino la Lega araba ha smorzato i toni ed i rappresentanti islamici in Italia hanno preso le distanze da Gheddafi Jr. Persino l'Ucoii ha dichiarato attraverso il portavoce Isseddin Elzir : "Sulle questioni interne decide il Paese. L'Italia è un paese indipendente, la Libia altrettanto", ed il Mario Scialoja, presidente della sezione italiana della Lega musulmana mondiale aggiunge : " Un'indebita ingerenza negli affari interni italiani", come pure Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica), dichiara : "il figlio di Gheddafi esprime un'opinione comprensibile ma eccessiva". Quindi un coro unanime o quasi, a difesa della nostra identità e dei nostri valori di democrazia, l’ingerenza nei fatti interni italiani è inaccettabile, e sino a prova contraria in Italia i governi vengono eletti democraticamente dai cittadini, a differenza di altri paesi. Che il personaggio “Calderoli” sia estroverso, eccedendo nelle sue esternazioni è un dato di fatto, ma nessun rappresentante di uno stato estero può emettere veti sulla persona, è una perfetta violazione del diritto internazionale. Nota di merito al Ministero degli esteri che con una nota ufficiale diramata dalla Farnesina: “ L'eventuale inserimento del leghista Roberto Calderoli nel nuovo governo riguarda solamente l'Italia e i suoi rappresentanti istituzionali e non sono dunque accettabili condizionamenti o veti che arrivino dall'esterno. La formazione e composizione del nuovo governo è una questione interna, regolata da precise disposizioni costituzionali “. Almeno questa volta NON ci caliamo le braghe…..

Scritto da @ 10:06 - lunedì, 05 maggio 2008
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Dopo -Berty by night– anche -Ken il rosso- londinese sonoramente sconfitto a Londra, ovviamente le solite dichiarazioni di rito e circostanza : «Si è trattato di una notte brutta e deludente: dobbiamo trarne delle lezioni, analizzare quel che è successo e andare avanti» . Un deja vu, stranamente l’elettorato non è più abbindolabile con false promesse e vecchi stereotipi populisti, ha preso coscienza della vacuità politica di certi personaggi dediti solo ai loro interessi ; rimandandoli a casa per riflettere. Qualcosa di profondo sta smuovendo le basi elettorali, in cerca di quei valori fondanti una vera democrazia, il tempo dei parolai o dei libri dei sogni è finito, vogliono chiarezza e risultati ; la partitocrazia ha fatto il suo tempo. In questi ultime legislature, lo scollamento tra la -casta- è l’elettorato ha avuto una crescita esponenziale, per una serie di fattori che ne hanno determinato il crollo di credibilità. Quello che non hanno capito che l’Italia sta vivendo in un periodo di disagio, inquietudine e malessere sociale, vede che il politico di turno prende di pensione in un mese quello che un pensionato prende in un anno, vive sopravvivendo tanto l’operaio che l’impiegato che non arrivano alla fine del mese, la possibilità del lavoro è solo precaria ; a questo poi, s’aggiunge il problema dell’immigrazione e della sicurezza, problemi mai risolti se non con soluzioni estemporanee. Tutti questi malesseri hanno fatto si che l’elettorato voltasse pagina, non ha dato più credibilità ad una classe politica geriatrica nelle persone e programmi ; un tentativo di voler sperare in qualcosa di diverso. Adesso più che mai è il momento del dialogo costruttivo, da privilegiare la rinascita del paese e non di ripercorrere gli errori della passata legislatura. Solo con queste premesse potrà sussistere un bipolarismo, portando tutti le proprie capacità ed esperienze, arroccarsi dietro a simboli sarà solo e soltanto la loro definitiva scomparsa dalla scena politica.

Scritto da @ 12:17 - sabato, 03 maggio 2008
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Che ci fossero gli ultimi colpi di coda del defunto governo –prodesco- c’era d’aspettarselo, già la corsa spasmodica a sistemare sulle poltrone gli ultimi sodali, qualche leggina ad hoc per sistemare gli ultimi accordi di partito ; ma l’apoteosi è stata del vampiresco viceministro alle finanze, quello del tassa e spendi, ha superato ogni immaginazione. Con la gratuita, quanto ipocrita asserzione di “trasparenza”, attraverso l’Agenzia delle Entrate a messo in rete le dichiarazioni dei redditi di quanti le hanno fatte, stranamente preannunciata da scoop giornalistico di Italia Oggi. Sottolineo “ipocrita” perché qualche tempo fa nell’ottobre 2006 il “Promessor da Collodi” denunciò che 128 tra finanzieri e dipendenti dell’anagrafe tributaria che avevano spiato ripetutamente le sue dichiarazioni dei redditi attraverso il sistema informatico del ministero, dimenticando che il modello Unico compilato dai politici è pubblico per legge. Domandando al suo fido Vincenzo Visco di smascherare gli intrusi che si erano permessi di curiosare su di lui. Nemmeno un mese dopo, con fare roboante annunciò nuove procedure garantiste e più controlli sui controllori con un archivio a prova da intrusioni per avere una maggiore garanzia della privacy. E cosa ti combina, tanto per restare nel loro modus operandi di fare il contrario di tutto, apre gli archivi a tutti, enunciando una presunta norma liberista di chiarezza, smentito dalle normative tante europee che internazionali ; il fine era solo e soltanto di creare ad arte il malanimo e l’invidia di quanti leggendo hanno confrontato. Già scrissi in merito, che quella trasparenza dovrebbero darla in primis i signori della casta, al momento dell’entrata sino al momento dell’uscita dallo scranno, e non nascondersi dietro la -privacy- ; il classico caso di chi predica bene e razzola male. Comunque questa ennesima boutade di voler avere, come ha dichiarato direttore dell’Agenzia delle Entrate, che la divulgazione dei redditi persegue «la finalità di interesse pubblico per realizzare un quadro di trasparenza e di circolazione dei dati». Ha solo portato alla luce il lato oscuro di certi personaggi, che si sono messi ad ululare in rete ed attraverso la stampa, la violazione della loro intimità reddituale, il rischio di vedersi additati alla pubblica gogna o peggio d’essere messi in lista dall’anonima sequestri. Quanto mai valido il vecchio adagio romano : “ i sordi so come er mar de denti chi cell’ha se li ti tiene”.

Scritto da @ 08:58 - venerdì, 02 maggio 2008
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L'Altra Casta : i sindacati !

Fatturati miliardari, bilanci segreti, uno sterminato patrimonio immobiliare, organici colossali con migliaia di dipendenti pagati dallo stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e denaro, temuta dai partiti ; il potere occulto della longa mano della triplice. Oggi si festeggia cosa ?
Le morti bianche che sono diventate una vera tragedia nazionale ;
Gli operai, impiegati e pensionati che non arrivano alla fine del mese ;
Quelli che hanno un lavoro precario che non gli permette di costruirsi un futuro ;
Il parassitismo e gli sprechi degli apparati pubblici ;
I privilegi della -casta- ;
Bene allora la festa cominci, nei suoi rituali d’ipocrisia, sui vari palchi a cantar canzonette ; domani sarà ancora uguale a tanti altri giorni e la storia continuerà sino al prossimo I Maggio.

Scritto da @ 09:30 - giovedì, 01 maggio 2008
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