Si avvicinano queste elezioni che “molti non sentono a cosa possono servire”, poi la grande diatriba
tra accorparle o rinviarne una parte, soliti giochini politici delle “tre carte”, e il Cavaliere casca purtroppo nei ricatti, tanto si sa a cosa servono, ma la cosa che lascia perplessi di certi individui che si spacciano per politici, ma poi si cosa essi siano, i soliti approfittatori del momento, solita storia di poltrone e prebende per familiari e sodali.
E quello che più lascia sorpresi, che ancora si dia credito e seguito a certi personaggi che ormai sono classificati come “tromboni approfittatori” della buona fede altrui, difatti è “allucinante” questo articolo di Giancarlo Perna :
E in Piemonte Tonino gioca a fare il leghista
In trasferta pasquale nella campagna cuneese mi sono imbattuto, all’angolo di un viottolo, in un
vistoso cartellone elettorale. Nel mezzo, un grosso pollo pronto per lo spiedo. In alto, la scritta: «Pioggia di miliardi per lo spreco nel Sud». Sud scritto a caratteri enormi per attirare attenzione e rabbia. Insomma, la solita solfa della Lega che nella Provincia Granda ha buon seguito.
Intorno al pollo - mesto simbolo del contribuente padano spennato da Roma ladrona - l’elenco dei finanziamenti pubblici buttati al vento per il Sud: «Roma & Co: 1.000 miliardi» (vecchie lire, ndr); «Napoli & Co: 1.000 miliardi»; «Catania & Co: 280 miliardi»; «Terremoto del Belice dal 1968: 76 miliardi». L’ultima voce è curiosamente dedicata ad «Alitalia & Co: 600 miliardi». Può darsi – ho pensato – che i leghisti, indispettiti per il declassamento di Malpensa in favore dell’aeroporto romano di Fiumicino, non la considerino più la compagnia di bandiera ma una linea aerea sudista.
Così, giungo al fondo del cartellone dove il partito si firma. Leggo e trasecolo. Su una prima riga c’è scritto: «Fermiamo il governo Pdl-Lega». Sulla seconda: «La Lega condona, Italia dei Valori non perdona». Accanto, bello grosso, il simbolo di Totò Di Pietro. Uno splendido esempio di imbroglio elettorale. Nella sua versione langarola, l’ex pm si trasforma nel paladino del Nord in concorrenza con la Lega. Mentre a Roma tuona contro la politica antimeridionale del governo, qui a Cuneo si traveste da Bossi. Raro esempio di faccia tosta. Anche le pietre sanno infatti che Totò parla e pensa in molisano, che del Molise è deputato e che raccatta una marea di consensi al Sud.
L’episodio è indicativo della tecnica dipietresca. Uomo privo di idee proprie, salvo le manette, Totò fa il paguro, noto parassita marino: entra nella conchiglia altrui, la svuota e campa a spese dell’altro. Ha fatto così col Pd senza il quale sarebbe scomparso e al quale, per ringraziamento, sottrae voti con un’opposizione disinvolta e sanculotta. Ora, il versipelle ci prova con la Lega. Questo spiega, oltre al cartellone cuneese, il voto di due giorni fa alla Camera dei dipietristi. A sorpresa - suscitando le ire delle sinistre -, si sono astenuti sulla norma di Maroni che prolunga il blocco dei clandestini nei Centri di accoglienza. In apparenza, un modo di andare incontro alla politica anti irregolari della Lega. In realtà, una furbata per contenderle l’elettorato del Nord.
Un inguaribile truffatore politico. Dopo averlo scorso è la più bieca azione di politichese che il trebbiatore italico abbia fatto, ma a lui è tutto permesso, ha l’appoggio dei suoi sodali di blog, e di latri personaggi che gli tengono bordone, basta vedere le varie inchieste.
Allora è vero quanto si scrive di “lui” sui vari media nazionali :
“il meridionalista (sic) Di Pietro, che raccoglie la maggioranza dei suoi voti al Sud, si sta improvvisando leghista al Nord: l’ha disseminato di manifesti identici a quelli della Lega di fine anni Ottanta (storici) con la gallina che depone le uova nella cesta di una matrona meridionale. «Lumbard tas!» era lo slogan leghista, «Sveglia padano!» è quello dipietrista. Molti non sanno che alle spalle del più ovvio intento dipietresco (spacciare idee altrui) c’è addirittura una strategia: la si apprende nel saggio «L’Italia dei valori» di Pino Pisicchio, presunto intellettuale dipietrista.
Il Il dettaglio è che al partito di Di Pietro manca il sale dell’esperienza leghista: il radicamento sul
territorio, ciò che Bossi ha ormai in esclusiva rispetto a qualsiasi altro partito. Il bello, poi, è che con giri di parole tortuosissimi (Pisicchio, poveretto, è un ex democristiano ed ex mastelliano) il libro lo ammette anche. E annota: «Di Pietro ha prodotto a suo favore la trasmutazione del girotondismo e dei molti rivoli culturali che componevano la piazza: militanti dell’associazionismo, porzioni di cittadinanza attiva, frange del Pd, frange della sinistra extra parlamentare, segmenti del grillismo e del travaglismo, singoli cittadini sospinti da civile indignazione». Insomma, sempre più chiaro dove prende i voti: ad «Annozero». “
Ma vedremo se gli “itagliani” senza gerundiese ci rifletteranno…che pezza è, altro che c’azzecca, o trebbiatore italico….. questo ci prova……